Sei troppo grasso per giocare a calcio | Raccontalo a CB

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Sei troppo grasso per giocare a calcio | Raccontalo a CB

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Io forse non dovrei dirlo, però mentre scrivo piango. Ho 31 anni e scrivo da Catania. Sono un ragazzo sovrappeso, simpatico e affabile, anche se la mia mole fa supporre tutt’altro.

Sin da piccolo ho giocato a calcio e volevo fare il trequartista, ma il mio fisico non mi permetteva un reale confronto con gli altri. Ero iscritto ad una scuola calcio, ma il campo lo vedevo solo in allenamento. Tutto ciò fino a che un giorno in cui mancavano molti ragazzi arrivò la mia prima apparizione.
Durante la partita però avevo paura ed ero impacciato, ad inizio secondo tempo il mister mi sostituì con un ragazzo che giocava negli esordienti.
Mentre uscivo dal campo il pubblico applaudiva ma io mi sentivo umiliato.

Per un po’ non volli avere più niente a che fare con quello sport, ma mi accorsi che il calcio era tutto per me, che non riuscivo a farne a meno.
Non mollai e ricominciai a giocare arretrando sempre più la mia posizione fino a che un giorno in porta ebbi come un sussulto. Feci un uscita coraggiosa ed i ragazzi mi dissero: questo è il tuo ruolo.

Cominciai a giocare tra i pali, senza seguire un idolo e senza fare mai scuola calcio come portiere.
Giocavo per divertirmi ed imparavo sul campo, dopo un po’ iniziai ad avere una reattività impensabile per un ragazzo della mia stazza, ero agile e non avevo paura a tuffarmi.

Un giorno arrivò il primo torneo, non avevo mai giocato contro altre squadre, nemmeno a livello amatoriale.
Andai benissimo: eravamo un bel gruppo ed arrivammo in semifinale. Fui eletto miglior portiere del torneo ed incredibilmente iniziai a farmi un nome.
Cominciai a fare tornei e giocare 4-5 volte a settimana. Arrivarono vittorie, premi, ragazzi che mi fermavano e mi dicevano “Ti ho visto giocare, come fai ad essere così forte?”. Mi chiamavano Turi-Dida, Majinbuffon.

Io sono sempre stato umile, non mi sono mai vantato, ma nel profondo non potevo che essere fiero di me: di come rispondevo sul campo a quelli che prima della partita mi guardavano e dicevano “Tiriamo basso non ne prenderà uno”.

Majin-Bu

Il calcio mi ha dato e tolto tanto: durante una finale parai tre rigori dopodiché andai dal mio attaccante prendendomi la responsabilità di tirare quello successivo, lui mi diede il pallone e segnai il gol vittoria.
Dopo qualche giorno lo stesso ragazzo morì in un incidente, a 21 anni.
Da quel momento mi è rimasto un enorme buco dentro e ogni torneo per me è una missione: lo porto sempre nel cuore e quando capita di battere un rigore lo batto io dedicandolo sempre a lui.
L’ho onorato in tutte le partite, con i nostri amici abbiamo fatto dei memorial nel suo ricordo perché una vita non può finire così, perché il calcio nonostante tutto è quel filo conduttore che ci tiene uniti ancora oggi.

La vita in ogni caso è proseguita ed un giorno è arrivata finalmente anche la mia occasione.
Non avevo mai giocato veri e propri campionati fino a quando una squadra di Terza Categoria mi scelse per la preparazione.
Purtroppo ancora una volta la vita mi fece lo sgambetto e durante una partita tra amici mi si girò al ginocchio: lesione al mediale.
Fisioterapia e tutta la trafila, ma un momento difficile ed il mio peso fecero in modo che il piccolo sogno che portavo dentro finisse a 26 anni.

Ogni tanto racconto la mia storia perché qualcuno mi dice “Mi hanno detto che eri forte in porta, perché non giochi più?”.
Ancora oggi soffro a non poter coltivare questa mia passione, e quando vedo o sento qualcuno dire “Non ce la faccio, non ci riesco” lo rimprovero sempre:
“Ci stavo riuscendo io, contro ogni legge della fisica, chiunque volendo può togliersi le sue soddisfazioni”.

Un racconto di Salvo.

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