Rispettate le passioni | Raccontalo a CB

Raccontalo a CB

Rispettate le passioni | Raccontalo a CB

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Tutti noi appassionati di questo sport abbiamo avuto da bambini almeno un idolo da seguire: chi voleva essere come Beckham, chi aspirava a diventare Cristiano Ronaldo, chi voleva saper battere le punizioni alla Carlo Mammarella e via dicendo. Quindi anche io, come tutti gli altri, ne avevo uno: Roberto. Chi Roberto Carlos? No, non sto parlando del miglior giocatore di PES6 nonché ex terzino del Real Madrid.

Parlo di mio padre.

Sì, proprio lui, perché quando a casa hai una bacheca piena dei suoi trofei è difficile non andarne fieri. Poi se a 4 anni sali mano nella mano con lui la scalinata dello stadio Olimpico e ti trovi lo spettacolo della Sud davanti, capisci che quello sarà il tuo sport e quella sarà la tua squadra, perché la passione che si trasmette di padre in figlio è un qualcosa che non si può spiegare.
Quando mi iscrisse alla scuola calcio del mio paese avevo appena 5-6 anni. Ovviamente la nostra era una realtà piccola: campi in terra dove la pendenza dei dossi era simile alle collinette insormontabili di Holly e Benji, allenatori con vocabolario ristretto aventi i poster di Malesani ed Eziolino Capuano a casa, palloni sgonfi e reti delle porte bucate. Ma a noi questo non importava, quell’immensa distesa di terra e sassi ai nostri occhi sembrava il manto di Wembley e ognuno di noi giocava soltanto per l’amore di tirare calci a quel pallone. Dopo qualche anno passato in società più importanti, ecco che a soli 12 anni passa già il primo treno, la prima grande occasione: venni contattato dall’Atalanta per fare un provino in estate. Uno stage di qualche settimana, torneo più allenamenti.

Cavolo, le aspirazioni nella mia vita non erano più semplicemente catturare Zapdos o aiutare Goku a fare la sfera Genkidama, qua si puntava a qualcosa di reale e di concreto. Un romano a Bergamo… più fuori luogo di Ciaramitaro in un liceo classico. Capirete che l’inizio non fu dei migliori: mi prendevano in giro per l’accento, per i miei errori ma soprattutto per i miei incisivi “particolarmente” sporgenti: erano arrivati a chiamarmi Ronaldinho (all’epoca Suarez non c’era) o Timmy Turner.
Poi però le cose migliorarono, e a forza di far volare tibie e peroni con interventi illegali alla Pepe cominciai a farmi rispettare. Non chiedetemi come, ma segnai anche un goal al torneo. All’epoca però, mi dissero che non ero ancora pronto per fare il salto di qualità. Una scusa per dirmi “sei bravo ma sei alto come Ciccio Brienza”, e a quell’età il fisico faceva la differenza. Gli anni successivi (quelli delle giovanili) furono altalenanti: qualche anno in categorie importanti, qualche anno in medio-bassa classifica…. Ovviamente sempre con mio padre lì in tribuna a guardarmi giocare. Tutti i giorni mi rimprovero di non essere alla sua altezza, e quando mi sento dire dai suoi amici o ex compagni la frase “sei forte come tuo padre” non gli credo mai. Per me è sempre stato un paragone alla Pistocchi, e non sto qui a dirvi chi dei due è Cerci e chi Robben. Qualche trofeo (di squadra e non) li ho vinti anche io, ma nessuno ha il valore dei suoi.

Durante il mio percorso ho avuto purtroppo molti infortuni (per capirci, Pato a confronto era uno sano). In genere sono sempre stato un giocatore corretto…. in genere. Presi la mia unica espulsione per aver dato una gomitata in faccia (stile seconda categoria pugliese) ad un avversario, un classico esterno alto coatto che se becca il terzino di paese di turno (alla “spazza” o “sparecchia” dopo il 65’) ha finito di giocare. Parecchi anni fa durante un torneo non agonistico presi la palla con le mani per fermare una partita, perché qualcuno in tribuna si divertiva con cori razzisti nei confronti di un avversario. Ho rischiato di prendere una bottiglietta in faccia dall’educatissima curva del Civitavecchia, ho visto vecchietti tirare giù divinità (e vi assicuro che non stavano giocando a Yu-Gi-Oh) a Colleferro e ho visto difese più penetrate delle 2000. Mi sarebbe piaciuto giocare con il pantaloncino errea firmato da Rigoni o avere una tanica di benzina nello spogliatoio tipo Rosenborg, ma questa, questa è un’altra storia.

Spogiatoio Rosenborg: ed è subito ignoranza – CALCIATORI BRUTTI | Facebook

Purtroppo ultimamente una malattia dolorosa mi sta tenendo da diversi mesi lontano dai campi di gioco, ma non vedo l’ora di tornare. Ma perché, perché abbiamo tutto questo attaccamento verso questo sport?
Quante domande del genere vi avranno chiesto e richiesto negli anni come “ma non vi stufate a vedere sempre sta palla che gira?”, “non vi vergognate a spendere i soldi per vedere allo stadio e in televisione 22 cretini che corrono appresso ad una palla?” Ma in fondo che ne sanno gli altri dei nostri ricordi, delle amicizie sul campo e delle emozioni che davamo ai nostri padri che ci guardavano.

Concludo sto racconto più lungo della fedina penale di Vidal con la risposta ad una domanda che ultimamente sento spesso:

“Ma a 18 anni ancora non ti vergogni ad andare in giro con tuo padre?”

Andare allo stadio con lui dopo mesi di ospedale e abbracciarsi dopo il goal di Florenzi da centrocampo è stata fra le emozioni più belle che abbia provato.
Che sia calcio, danza, tennis, biologia, fisica o qualsiasi altra cosa, rispettate le passioni degli altri e seguite la vostra.

 

Un racconto di Luca Nardi

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