Redimere una carriera | Raccontalo a CB

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Redimere una carriera | Raccontalo a CB

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Il fato c’è.
Esiste.
Lo si può chiamare in tanti modi ma alla fine per probabilità statistica o per forze sovrannaturali ci troviamo sempre a fare i conti col nostro passato, con esperienze già vissute, con persone già affrontate, dalle quali siamo usciti sempre sconfitti, sempre secondi.
L’abitudine della sconfitta lentamente ti rende la stessa indolore, diventi apatico. Comprendi che la vittoria, almeno in quel campo, non fa per te. C’è chi nasce col piede fatato e coi riflessi di un aquila, e c’è chi nasce per fare due conti o per costruire un palazzo. Ed è giusto che i primi stiano a giocare in dei campi verdi, in cui l’erba fresca ti accarezza la pianta delle nuove scarpe appena comprate, in cui il tifo attorno ti carica o ti spaventa; ma è anche giusto che i secondi stiano nel loro posto, sulla loro sedia, davanti al loro computer, con le loro penne e coi propri orari.

In questo equilibrio fin troppo scontato però agisce qualcosa di imprevedibile, il ragazzo coi piedi da fabbro e col tocco di palla di un carpentiere, per una sera, per un secondo, può sentirsi un eroe, può sentirsi Fabio Grosso. Nove anni di calcio, quello scolastico, quello che cominci dalla categoria Pulcini fino a quella Allievi, conosci il calcio dei bambini, già sporco e malato in alcune realtà cittadine, e conosci quello ignorante, di cattiveria, agonistico degli adolescenti. La natura non ti ha dato dei piedi buoni, mentre i tuoi compagni palleggiano egregiamente col pallone provando e imitando i tocchi dei fenomeni in tv, tu sei li a cercare di capire come controllare la palla che arriva dall’alto, come stopparla, come tenerla attaccata a quel piede destro che non ne vuole sapere nulla di tenersela vicino.

La stessa natura però ti ha dato una decina di centimentri in più rispetto a quella dei tuoi coetanei, un fisico più robusto e una mentalità da lottatore. E così puoi compensare le tue doti, metterti dietro, a fare da diga tra gli attaccanti e la tua porta.
I primi anni va bene, sei titolare, le tue doti fisiche compensano il deficit tecnico.
Poi però gli anni passano, lo sviluppo fisico arriva per tutti, e quello leggermente più basso ma coi piedi più buoni, ti frega il posto. Rimani così ingabbiato in quel tunnel della panchina, nel quale con la stessa apatia che ricordavo sopra, scivoli sempre più giù, sempre più in basso. E così, dopo 9 anni di sogni, qualche effimera soddisfazione personale e qualcuna di più di squadra decidi di ritirarti.

Soccer Player Disappointed by Loss --- Image by © Gary Houlder/CORBIS

 Image by © Gary Houlder/CORBIS

È giusto che giochi chi quel pallone sapevo accarezzarlo fin dalla tenera età. A te rimane il piacere di qualche calcettata con gli amici, nelle quali scopri di avere un talento che mannaggia la miseria fosse emerso qualche anno prima probabilmente ora giocheresti ancora. Però forse, è solo merito degli avversari con cui giochi ora, gente che un pallone non sa neanche come è fatto.

Proprio tra queste partite però si può nascondere la tua rivincita.

Viene organizzato un torneo di calcio a 8 tra le parrocchie della città. Si sa per tradizione che tra quei 16 che calpesteranno il tappeto verde solo due hanno visto come è fatta una chiesa, uno per andare al battesimo del cugino, l’altro per accendere un cero dopo che gli mancava l’1 in Cagliari-Inter per vincere 270 euro di schedina. Sai benissimo che tra quegli avversari c’è chi sui campi, ai tempi dei Pulcini o dei Giovanissimi ti sbeffeggiava, ti prendeva il posto.
Allora te ti scegli una decina di amici, alcuni forti, altri meno e cominci a pensare ad una ipotetica rivincita, l’apatia comincia a smuoversi. In squadra sei il portiere di turno, sì perché tutti sanno che è più facile che finiscano la Salerno-Reggio Calabria piuttosto che un tuo passaggio arrivi al corretto destinatario. Però sei alto, hai guardato 1000 partite, sogni di volare come Buffon e a volte ci provi anche, e allora in porta, alla fine, puoi anche starci.

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Insieme alla tua squadra, superi il girone, passi ai quarti di finale e approdi anche in semifinale. Il destino sembra finalmente spalancarti le porte verso quella rivincita tanto sognata. Il destino però è anche stronzo, è bastardo. Ti ricorda ancora una volta da dove vieni e cosa hai passato, ti fa di nuovo abbassare la testa e ricordarti che sei uno da sconfitta, una riserva.

I tuoi compagni trovano uno che in porta ci sa realmente stare, uno più bravo di te insomma, ancora una volta.

Scivoli di nuovo in tunnel che già conosci, quello della panchina. C’è una differenza enorme però, l’uomo in piedi davanti a te, il mister, è uno che ti conosce, sa cosa puoi dare, e al momento giusto ti mette in campo, terzino, per far rifiatare il titolare. È gia qualcosa, pensi. Poi succede l’imprevisto, il fatto che cambia le carte in tavola.
Il tuo attaccante fa un brutto fallo di reazione, il mister lo sostituisce per evitare l’espulsione.
Il posto in attacco rimane vuoto e lui sceglie te per occuparlo.
Perché hai corsa, hai fiato, puoi fare pressing e portare a casa il risultato, nessuno si sogna un gol da parte tua, ma tanto siamo in vantaggio, poco importa.
A fine gara ricevi i complimenti da tutti, per l’impegno, come sempre. Arrivi in finale, ci arrivi guardando ogni volta prima della partita il video con tutte le introduzioni di Caressa ai mondiali 2006, conosci a memoria citazioni quali “Nel calcio vogliamo comandare noi” o “Il coraggio non è mai stato non avere paura” piuttosto che citazioni manzoniane o dantesche.

Sogni di diventare un eroe, dal nulla, proprio come Fabio Grosso.
Sei in finale e ancora una volta cominci in panchina, oggi ci sono tutti, non c’è spazio per te.
Finisce il primo tempo, sei in vantaggio, una rete a zero.
La punta della squadra però è affaticata dalla pubalgia, il mister la sostituisce e con una naturalezza che ti lascia interdetto lascia a te l’onore di essere l’uomo di riferimento là davanti. Attaccante in finale, partendo da portiere, non realizzi.

Cominci a sbatterti tra i difensori avversari, giochi sporco, di fisico, gomitate, sponde, pressing alto. Tutto molto apprezzato, tuttavia questa volta accade l’episodio inverso di qualche partita prima. È il terzino della tua squadra a prendere il cartellino rosso, espulso, sei costretto ad arretrare per prendere il suo posto, fine del sogno.
Dopo poco subite il pareggio, è 1-1, te però sei incredibilmente in gara, in palla. Sudi, lotti, da te non passano.

Il fortino resiste, si va ai rigori.
E lì interviene un altro fattore magico, la scaramanzia.

Conosci a memoria la finale di Berlino, vorresti imitarla. Ma lì l’Italia andò in svantaggio, e tu, che vorresti seguirne le gesta, eri in vantaggio all’inizio. In Germania fu Zidane a prendere il rosso, qui è stato un tuo compagno a farsi sventolare davanti il cartellino. Pirlo batteva il primo rigore, questa sera invece cominciano loro.

È tutto l’opposto, credi già di aver perso.

I primi cinque rigoristi di entrambe le squadre si dimostrano cecchini implacabili, si va a oltranza. Partono i sesti, fin troppo facile anche per loro. Arriva così, temuto, inaspettato il tuo turno.
Aspetta però, perché prima devono batterlo loro.

Parte il rigore…parato.

Ti metti le mani nei capelli, tocca a te tirare il rigore decisivo, la gente ti guarda, i tuoi genitori si girano di spalle, il pubblico canta il tuo nome, in testa tua c’è Fabio Grosso che la incrocia di sinistro e va ad esultare con gli eroi di Berlino.
Prendi il pallone, lo guardi, c’è scritto “Serie A”, lo giri, non fa per te, non vuoi vedere quella scritta.
Lo posizioni, fai qualche passo indietro e lì ti fermi.

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C’è da compiere una scelta, non tra piattone ignorante o collo pieno, già si sa, la prima. La scelta è tra incrociare la palla o tirarla dritto per dritto, Grosso la incrociò, ma lui era sinistro, te destro e in quella partita era avvenuto tutto il contrario rispetto al 9 Luglio.
Così prendi la decisione, sei destinato a prenderla.

Parti, dritto per dritto, palla in rete.
Il resto sono attimi di pura felicità.

La più grande soddisfazione della mia carriera sportiva, un portiere divenuto riserva, poi terzino, poi centravanti e infine eroe della lotteria dei rigori.

Il fato c’è, esiste e prima o poi ti dà l’occasione di redimerti. A me l’ ha data, e con le stesse caratteristiche di quando ero secondo a tutti, mi ha portato ad essere l’eroe per una sera.
Fabio Grosso alla fine è chiunque non smette mai di crederci e di chi alla fine, vince sempre.

 

Un racconto di Federico, un grazie speciale a mister Cleud, senza di lui il sogno, non si sarebbe mai realizzato.

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