Il mio rapporto con il Calcio | Raccontalo a CB

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Il mio rapporto con il Calcio | Raccontalo a CB

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Ognuno ha il proprio rapporto con il calcio, il mio non ha assolutamente niente di speciale: nessun colpo di scena, nessun episodio strappalacrime, nessuna convocazione con una grande squadra.
Però ci tenevo ugualmente a condividerlo con voi. Perché?
A dire il vero non lo so nemmeno io, probabilmente ho semplicemente voglia di raccontarvi la burrascosa relazione che ho con questo fantastico sport, che mi ha sempre accompagnato, e mi accompagna ancora, durante la vita.

Il mio rapporto con il calcio è iniziato alla tenera età di 6 anni: come dimenticare le improbabili partitelle 1 contro 1 insieme a mio fratello, con nostro padre tra i pali dell’unica porta? Un modo di giocare così spontaneo e improvvisato da risultare quasi spettacolare. Quasi.
Mio padre, dicevamo: mio padre è stato, di fatto, il mio primissimo allenatore. Colui che mi ha insegnato le basi delle basi, pur avendo poche conoscenze strettamente tecniche. Un allenatore amatoriale, ma pur sempre un allenatore. Un uomo pacato ed equilibrato, che dalla mia “carriera calcistica” (che sarebbe cominciata due anni dopo) non ha mai preteso niente, se non che mi divertissi.
Uno che veniva a vedere tutte le mie partite e spesso le riprendeva con la telecamera, uno che non ha mai parlato (o, peggio, urlato) troppo dagli spalti, né con me, né con l’arbitro. Uno al quale ho spesso sentito dire la tanto inflazionata, quanto verissima, frase “Il calcio vero l’ho visto quando andavo a vedere le partite dei miei figli”. Uno con un po’ la mia stessa visione del calcio, insomma.

La mia “carriera calcistica”, dicevamo: mi sono iscritto alla scuola calcio del mio paesino a 8 anni. Campo in terra battuta, tribune sgangherate e presumibilmente in amianto, palloni per la maggior parte sgonfi… tutto regolare, quindi. Sono sempre stato un calciatore nella media, nulla di più, nulla di meno. Uno dei tanti. Al contrario di molti miei coetanei, però, io non ambivo a diventare nessuno: oltre ad essere perfettamente consapevole che con le mie capacità non sarei certamente arrivato troppo in alto, in vista di un’eventuale, quanto piuttosto improbabile, proposta di trasferimento in un club importante, avrei probabilmente rifiutato, o quantomeno tentennato. Forse perché sono un tipo abitudinario e nostalgico fino al midollo, o magari più semplicemente perché mi sarebbe mancato il coraggio, come troppo spesso mi manca ancora oggi. Non sono mai stato un megalomane e non lo sono tutt’ora; a dire il vero, a volte penso di essere esattamente il contrario.

Io lo facevo per divertirmi, lo facevo solo perché mi piaceva giocare a calcio. In ogni caso, questa proposta non è mai arrivata, quindi è inutile porsi questa domanda ora. Più o meno contemporaneamente all’inizio della mia avventura sportiva, ho traslocato. Trauma? Neanche per sogno. Il paese era rimasto lo stesso, e la nuova casa era situata in una viuzza tranquillissima e abbastanza spaziosa. Il bello di vivere fuori dalle grandi città è che, di solito, i tuoi amici non abitano mai troppo distanti da te; così quasi tutti i pomeriggi ci incontravamo sotto casa mia e giocavamo a calcio. Tra “Tedesche”, “Mondialiti”, partitelle improvvisate usando come porte le macchine (già, le povere macchine…) e tante risate, le giornate scorrevano più che tranquillamente, se non consideriamo le centinaia di palloni finiti dai vicini e mai più recuperati. Come segno del nostro “legame” avevamo perfino sotterrato un lucchetto trovato per terra, con l’intento di riprenderlo uno o due anni dopo, avevo detto.
Ebbene, quel lucchetto è ancora lì, sotto terra, come un reperto archeologico. Si sa, crescendo cambia tutto: i doveri, le abitudini, le persone…Si ha meno tempo e, soprattutto, meno voglia di passare i pomeriggi in una strada dimenticata anche da Dio a dare calci ad un Super Santos. Eppure, ripensandoci ora, penso di aver passato dei momenti tra i più significativi della mia infanzia/pre-adolescenza in quella strada, e il merito, oltre all’amicizia, è anche del calcio. Ogni tanto la riguardo ancora (d’altronde, mi basta affacciarmi dal balcone) con nostalgia, quella strada, ricordando gli spensieratissimi tempi passati. I tempi in cui bastava veramente poco per divertirsi davvero.

Il divertimento, dicevamo: rileggendo il paragrafo dedicato a mio padre, ho notato che i tempi verbali al passato danno l’impressione di aver davanti un elogio funebre. Fortunatamente, non è così: mio padre sta bene. L’uso del passato deriva dal fatto che da circa quattro anni ho smesso di giocare a calcio. O meglio, ho smesso di giocare “agonisticamente” a calcio (serietà, allenamenti duri, partita di domenica mattina… quella roba lì). Il motivo è semplice: non riuscivo più a divertirmi, appunto. Non riuscivo più a giocare con spensieratezza, che per me è fondamentale. Sono fatto così: non mi piace la pressione addosso, non mi piace dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Avevo nemmeno 15 anni ma già sentivo che il mondo del calcio, come la maggior parte delle persone che ruotano intorno ad esso, non faceva per me, non mi apparteneva. E le furiose ed insensate risse che ogni tanto si scatenavano durante le partite della mia squadra per un cartellino giallo non dato me lo confermavano sempre.
Non rimpiango questa mia scelta, e anzi è una delle decisioni di cui sono assolutamente sicuro di aver fatto la cosa giusta. Ogni volta che un amico mi dice una frase del tipo, però, per qualche secondo penso a cosa sarebbe cambiato di rilevante nella mia vita se avessi proseguito a giocare a calcio seriamente.

Si sa, quei piccoli dettagli che poi hanno conseguenze più grandi. L’effetto farfalla. L’unica cosa di cui sono certo è che avrei dovuto continuare a svegliarmi presto la domenica mattina, e questo sì che è rilevante. Oggi, a 19 anni, il calcio giocato per me vuol dire esclusivamente partitelle più o meno mensili con gli amici più stretti, all’insegna della poca sobrietà, delle classiche prese in giro ad ogni numero impensabile riuscito e, soprattutto, del poco fiato. Il calcio che piace a me, dopotutto.

Il calcio più vero, probabilmente.

 

Un racconto di Matteo Gramegnatota

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