Quella volta in cui Ringhio Gattuso fuggì da Perugia

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Quella volta in cui Ringhio Gattuso fuggì da Perugia

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I tuoi compagni ti chiamano Ringhio, perché combatti dal primo all’ultimo minuto di ogni allenamento e non ci stai a perdere nemmeno la partitella del venerdì.

Gli avversari ti chiamano Ringhio, perché già prima di scendere in campo sanno che per i prossimi due giorni saranno costretti a zoppicare.

I tuoi tifosi ti chiamano Ringhio da quando ti hanno visto in un torneo della primavera entrare a piedi uniti su un gigante nero di 95 chili, dal passaporto più falso di quello di Eriberto.

Il mister ha imparato a chiamarti Ringhio quando, dopo esserti spaccato un sopracciglio in un contrasto, sei andato a incornare una palla alta senza nemmeno farti medicare a bordocampo e hai terminato la partita con il volto ridotto ad una maschera di sangue.

Insomma, tutti ti chiamano Ringhio perché affronti la vita sempre al limite della follia, mandando affanculo la paura, i rischi e chi dice che il calcio non è fatto per gente come te.

Ma la verità è che in questa calda e infinita notte, te la stai facendo letteralmente sotto.

Dalle finestre spalancate del convitto di Perugia non entra un filo d’aria e nemmeno il silenzio totale che avvolge la stanza ti aiuta a chiudere gli occhi.

Il rumore dei pensieri è semplicemente troppo forte.

Ma Ringhio non pensa, Ringhio agisce.

Mandatory Credit: Clive Brunskill /Allsport

Mandatory Credit: Clive Brunskill /Allsport

Prendi in mano il borsone della società che ti ha fatto esordire in Serie A, otto presenze ad appena diciannove anni, ed inizi a riempirlo con foga: infilandoci dentro scarpini, vestiti, lacrime e quel passaporto che hai fatto in gran segreto prima dell’allenamento pomeridiano.

Ma Ringhio non piange, Ringhio tiene duro.

Tu non hai la minima idea di quanto sia pericoloso e incosciente quello che stai per fare: scappare di notte per imbarcarti su un aereo e volare dall’altra parte d’Europa è molto più che un azzardo.

Soprattutto se il presidente a cui stai facendo questo sgarbo è un certo Luciano Gaucci.

Non sai che facendoti salire su un aereo diretto per Glasow, i tuoi procuratori stanno aggirando una legge scritta male, che ha i mesi contati e permette ai club di assicurarsi i talenti più cristallini del panorama europeo.

In tutta la tua incoscienza non puoi nemmeno immaginare che i telegiornali italiani fra poco meno di ventiquattr’ore esporranno la tua foto in televisione denunciando la scomparsa di un talentuoso centrocampista che, tra le altre cose, è anche cardine della nazionale azzurra juniores.

Ma Ringhio non temporeggia, Ringhio entra a valanga su gamba o palla.

Così scavalchi il davanzale del tuo appartamento al primo piano e semplicemente salti giù, lasciandoti alle spalle tutto ciò che hai ottenuto in questi anni a prezzo di lacrime e sudore.

In testa ci sono solo le parole di tuo padre, che da trent’anni si spacca la schiena su una piallatrice per dieci ore al giorno e che la domenica carica tutta la famiglia su una Fiat Punto a benzina per seguirti in casa come in trasferta.

Perché anche lui è un Ringhio, e se c’è un sogno per il quale non ha mai smesso di lottare, quello sei proprio tu: suo figlio.

Un contratto come quello che stai volando a firmare è l’occasione di una vita intera, e con tutto il rispetto Rino, questo ti ha detto papà Franco in dialetto calabrese, chi cazzo se ne fotte se manco sai che lingua si parla a Glasgow.

E poi tu ancora non lo sai, ma dalle parti di Ibrox quelli come te vengono osannati dal primo all’ultimo minuto di ogni partita, perché la grinta dei propri beniamini e l’orgoglio di indossare quella maglia blu rappresentano per i tifosi l’unica via d’uscita da una vita fatta di casa, famiglia e lavoro massacrante.

Mentre il rombo dei motori dell’aereo ti avvisa che l’Italia è ormai un ricordo lontano, tieni stretta la mano di tua madre e prometti a te stesso che un giorno tornerai, per far capire a tutti che questa non è una fuga, ma un’opportunità da cogliere per dimostrare di che pasta sei fatto.

Perché Ringhio non finge, Ringhio, semplicemente, è.