Perché una ragazza decide di giocare a calcio | Raccontalo a CB

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Perché una ragazza decide di giocare a calcio | Raccontalo a CB

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Per nove anni ho calcato tanti campi (spesso di patate) della Toscana e un mese fa, per motivi vari ed eventuali, dopo infiniti ripensamenti ho messo in pausa la mia attività.

Oggi i giorni peggiori sono quelli in cui le mie ormai ex compagne di squadra si allenano e la domenica.
Sono i momenti in cui mi trovo malinconicamente a immaginarmi di correre con loro.
Ieri, in mezzo alla nostalgia, per la prima volta ho messo nero su bianco il perché ho sacrificato 9 anni di domeniche, varie unghie, qualche muscolo, una caviglia, un po’ di fegato, sere piovose da divano.
Ne è venuto fuori un racconto che considero un atto d’amore nei confronti di questo sport.

Il calcio non è solo uno sport, il calcio è molto di più e non sopporto chi lo riduce a giro d’affari per il maschile e terreno di conquista per lesbiche il femminile.
C’è anche quello, per carità, ma come in ogni contesto dell’universo anche il calcio è infinite altre cose oltre e conosco più mamme sposate tra le mie ex compagne di squadra che in ogni altro gruppo di amici.
Questo è quello che abbandonare è significato per me.

– E ora la domenica che fai?
– Faccio cose, vedo gente.
– E non ti manca?
– È come essersi lasciati dopo nove anni.

Per nove anni ho sacrificato sabati sera, domeniche e tante altre cose che mi sarebbe interessato fare con un “non posso, ho allenamento” o “no, domenica c’è partita, non ci sono”.
Certo, pensando a chi me lo avesse fatto fare tra una ripetuta e l’altra, però sempre lì.
Fin da bambina ho amato il calcio. Non so se è stato un amore indotto perché circondata da cugini maschi che giocavano in giardino o per una qualcosa di innato, ma il calcio è sempre stato il mio sport. Anche quando ne praticavo altri, il calcio era il pensiero latente che mai mi abbandonava.

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Come autodidatta ero anche bravina, tanto che alle scuole medie, centro di aggregazione delle peggiori cattiverie pre-adulte, ero l’unica femmina non solo accettata ma anche ricercata dai maschi quando ci veniva concesso il pallone. Non avevo mai giocato in una squadra però, intimorita dalla paura di non essere all’altezza, dal pregiudizio sulla sessualità delle calciatrici e dal materno monito “Ti verranno le cosce grosse”.
Nel 2007 però, ormai certa della mia sessualità e convinta che le cosce al limite potevano tonificarsi ma non ingrossarsi, ho preso coraggio e ho deciso di tentare la strada dell’attività agonistica.
Quel giorno la mia vita è cambiata radicalmente.

Dire che il calcio mi ha salvato non è un’esagerazione. Prima ero una ventunenne che si sentiva finita, triste, solitaria e asociale, arida e disillusa. Il calcio è stato una scuola di vita, una sorta di psicoanalisi molto meno dispendiosa e, soprattutto, molto più utile sul piano della forma fisica. La squadra per me è stata una famiglia, uno spazio accogliente e libero che riduceva le distanze fra persone molto diverse fra loro e in cui per la prima volta in vita mia la condivisione non si basava su gusti musicali, visioni politiche comuni, interessi etc, bensì era un posto in cui si condividevano fatica, emozioni e leggerezza e questo, ho imparato, crea un tipo di legami che non esito a chiamare viscerali e che possono essere anche molto più forti di quelli afferenti alla sfera più prettamente “intellettuale”.
O almeno, per me, così è stato, soprattutto per i primi e più spensierati anni, forse anche perché era proprio quello di cui avevo bisogno dopo la pesantezza adolescenziale.

Non ricordo una singola vittoria, forse perché son sempre stata in squadre mediamente perdenti e forse perché l’unico anno in cui il campionato lo abbiamo quasi vinto non mi sentivo ancora molto parte della squadra, però ricordo tutte le persone con cui ho giocato, quelle con cui sono rimasta in contatto saltuario, quelle perse per strada, quelle che considero amiche ancora ora dopo che le nostre strade calcistiche si sono separate.

Poi certo, non è stato tutto positivo. Può essere stancante sia fisicamente che psicologicamente poiché, proprio in quanto aggregazione tra persone diverse, è anche soggetto a varie dinamiche non sempre piacevoli ma, nonostante l’impegno grande che richiede, non è facile lasciare andare, anche quando si è messo in conto che prima o poi sarebbe capitato.

Lasciare una squadra a metà campionato poi, senza averne un’altra ad aspettarti equivale ad una separazione sentimentale con tutti i crismi, pianti e crisi di astinenza comprese. E non tanto per gli spazi vuoti che crea nel tempo, quelli in fondo ci vuole poco a riempirli, sono gli spazi del cuore quelli più profondi da colmare: ho sempre amato lo sport in generale ma il calcio è l’unico che sono riuscita a concepire come impegno fisso, il rumore di un pallone calciato è l’unico che mi fa sussultare e quando chiudo gli occhi è ancora molto più probabile che mi veda in un campo da calcio che in qualunque altro posto.

E certo che è un controsenso scriverne una domenica pomeriggio di campionato invece che essere su un campo in tenuta anti-sesso e tacchetti ma, per come ho vissuto io questo sport, non è tanto diverso dallo scrivere di un ex fidanzato o fidanzata per sentirlo ancora vicino e per me il calcio è stato un po’ questo. Una fidanzata esigente, a volte problematica, faticosa, frustrante, litigiosa, stancante, ma anche accogliente, umana, leggera, gioiosa, liberatoria. In una parola: amore.

Un racconto di Francesca.

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