Di padre in figlia | Raccontalo a CB

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Di padre in figlia | Raccontalo a CB

Scritto da

padrefiglio

Da piccola papà mi portava spesso a giocare a pallone.
Io, l’unica figlia con cui poteva giocare.
Il calcio, l’unica sua passione. Io contro il calcio. Il calcio contro di me. 

A volte avrei preferito andare dalla mia amica Lucrezia a inseguire le lucertole, ma non mi dispiacevano quei pomeriggi.
Mi faceva stare in porta: cresciuta, in teoria, nel mito di Buffon ai mondiali in Germania. Mi buttavo ovunque. Avevo anche un discreto talento. Talento inutile: secondo la mamma, la sua unica figlia doveva fare la ballerina.

Ci provai, lo giuro. Per il primo mese di lezioni mi veniva puntualmente il mal di pancia. Per il secondo, dovevo studiare matematica. Sempre matematica. Ero diventata una mitragliatrice di bugie e di capricci. Abdicai alla svelta. 

Giocare a pallone con papà mi piaceva.
Ripensandoci, forse la cosa che mi piaceva di più era giocare con papà.
A cosa poi, non mi importava. Era sempre via per lavoro. Ogni tanto tornava a casa con una barbie nuova.
Mi chiedeva scusa se mi comprava un doppione.
Ma non mi importava, bastava cambiarle vestito. 

Gli parlavo spesso dei mondiali appena vinti.
La domenica era il nostro giorno.
Andavamo al campetto e durante il tragitto gli sottolineavo quanto mi piacessero gli stadi. Mi piacevano gli stadi.
Mi piaceva la gente. Durante le partite in TV mi distraevo un sacco.
Ero attenta solo all’inizio, quando la telecamera inquadrava gli spalti e le persone si facevano filmare semidistratte.
In un lunedì di fine settembre arrivò la domanda fatidica:

“Papà, ma dov’è lo Stadio?”
“Bea, non c’è un solo stadio in tutto il mondo, ce ne sono tanti”. 

Tra me e me mi chiedevo come facesse a non avermi capito.
Sapevo perfettamente che nel mondo non c’era solo uno stadio. Mi stupiva il fatto che mi pensasse così poco brillante.
Gli riporsi la domanda: “Lo so papà, ma voglio sapere dov’è il nostro, di stadio”.
Eravamo in macchina, mi guardò negli occhi.

“Il nostro?”
“Sì papà il nostro, quello… quello nostro dai. Ne abbiamo uno, vero?”
“Sì Bea, ne abbiamo uno”
“E perché non mi hai mai portato?”
“Perché le partite non sono belle come quelle in televisione, non so se ti piacerebbe”.
“Ma tu ci sei mai stato?”
“Sì, ci sono stato”

padrefiglio

Intanto ripartimmo. O meglio, lui volle ripartire.
Non mi disse più niente. Ero completamente acciecata dall’idea che non mi avesse mai portato allo stadio. Ero arrabbiata. 

Ma lui aveva gli occhi lucidi e papà non piangeva mai.
Era ferito, qualcosa captai, ma non riuscivo a spiegarmelo. 

Sono passati dieci anni da quel pomeriggio.
Allo stadio papà mi ci portò presto.
Ebbene sì, ci ricascò, da allora sono passati 10 anni.
Io, con presunzione, posso dire che in questi dieci anni ho imparato a rinunciare.
Ho rinunciato a tutto. Ho giocato a pallavolo per cinque anni, poi le partite iniziarono ad essere di domenica. E io non mi facevo convocare. C’erano i Grigi.
Ho rinunciato al sabato sera. Le mie amiche andavano a ballare. E io non mi facevo portare. C’erano i Grigi.
Ho rinunciato ai turni di interrogazione al Lunedì. Il pomeriggio prima non avrei mai potuto studiare. C’erano i Grigi.

Un mese fa ho compiuto diciotto anni. Rinunciai di nuovo.
Alla sbronza con gli amici, ai clacson in piazza, agli auguri banali pronunciati tra i denti dalle solite personalità inutilmente effimere, dai sorrisi antipatici di insulsi conoscenti. Sempre gli stessi, sorrisi antipatici.
Il mio compleanno, fatalità del destino, cadde di domenica.
 Ore 18.30 Pontedera – Alessandria.
Solo la sera prima mi informai su dove effettivamente si trovasse Pontedera. In Toscana. Provincia di Pisa. Cercai su google e andai a dormire. Non ero agitata, ero felice. Ero solamente felice.
Nel cuore della notte mi arrivò un messaggio. Presi il telefono in mano.

Il messaggio diceva così:“Domani festeggi in trasferta? Che cuore! Buon Compleanno ragazzina”.

Sorrisi con quell’affarino infame che ti viene in gola quando qualcosa ti piace particolarmente.
Quel messaggio lo riguardo ancora adesso.
Che cuore, già. Che cuore. Non mi era nemmeno passato per la testa di avere un cuore. Eppure dovevo tutto a lui.
Il pomeriggio successivo partimmo. Tra tutte le persone con cui avrei potuto condividere questo giorno, scelsi LORO.
Quaranta svalvolati, un centinaio di birre e qualche bottiglia di vino.
Quattro ore abbondanti di viaggio per cantare una manciata di canzoni su una palafitta prefabbricata in metallo e tornarmene a casa. Senza che del risultato ce ne fregasse qualcosa. Insomma, senza un senso.
Quel giorno è stato infinito. Dura tutt’ora. Come direbbe Ligabue, è stato il giorno dei giorni.
È stato la chiusura di una parentesi e l’apertura di mille altre.
Ho pianto, ho riso, ho cantato.
Con gli amici, con le facce di sempre, con altri pazzoidi che hanno le mie stesse vocazioni, le mie stesse malattie. Con persone che capiscono. Capiscono che andare a Pontedera ha davvero un senso nel suo non avere senso. Capiscono che il diciottesimo di domenica è la cosa più bella che possa succederti. Capiscono quando la partita non è mai una partita.

Quando la partita è semplicemente uno stile di vita. Quando non esistono “i novanta minuti”. Quando i Grigi per te durano sette giorni. Quando per te non c’è Sky, non c’è Premium, non c’è l’Europa League. Quando per te c’è l’Alessandria. Quando ad aspettarti c’è un campetto desolato con cinquanta paganti in tribuna e tu arrivi con l’adrenalina di un dopato, con la voglia di urlare chi sei. Le tue bandiere, i tuoi cori, i tuoi volti. 

Vincemmo 1-4. Non guardai la partita. A distanza di un mese non so ancora i marcatori. Mi godetti il momento, l’ambiente, i compagni, le bandiere. Me ne ritrovai tra le mani una. Iniziai a sventolarla. Dopo un po’ la guardai.
Che ridere.
Fatalità del destino.

“Finché morte non ci separi”, c’era scritto.

Un racconto di Beatrice.

Da poco è uscito il nostro libro “Storie di Calcio e di calci”, in cui trovate tante storie come queste. Lo trovate qui e in tutte le librerie.

Se anche tu hai una storia da raccontarci, vuoi scrivere un articolo divertente o semplicemente vuoi sfogare i tuoi problemi neurologici su di noi manda il tuo testo/racconto/testamento olografo a redazione@calciatoribrutti.com e raccontalo a CB.

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